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VA A DAVIDE LIUNI LA “STELE D'ARGENTO”
IL GIOVANE COMPOSITORE PREMIATO DA CLAUDIA KOLL
Migliore colonna sonora per il film ”Il Servo Ungherese”
È andata a Davide Liuni la
“Stele d'Argento”
nella sezione dedicata ai giovani compositori del Premio
Internazionale alle Musiche da Film.
Il musicista romano si è aggiudicato l’ambito riconoscimento,
alla sua prima edizione, nato da un'idea degli stessi
organizzatori del prestigioso Premio Lunezia, grazie alla
colonna sonora composta per il film di Prisco&Molteni, “Il
Servo ungherese”.
A premiare il compositore romano lo scorso 2 Luglio nel
suggestivo scenario dell'antico borgo medievale di Filetto di
Villafranca in provincia di Massa Carrara, l'attrice e madrina
della serata
Claudia Koll.
Davide Liuni ha omaggiato una vasta platea composta fra gli
altri anche dal M°
Claudio Simonetti,
dal soprano
Edda Dell'Orso,
dal M°
Alessandro Alessandroni,
dal cantautore
Andrea Sisti
e dal giovanissimo attore
Giorgio Cantarini
(bambino de “La vita è bella”), eseguendo al pianoforte alcuni
dei brani filmici premiati de “Il Servo Ungherese”.
La Colonna Sonora
"Il Servo Ungherese" nasce da una idea che l'autore del soggetto
e della sceneggiatura -Massimo
Piesco- ha
posto alla base della realizzazione registica del film: la
musica avrebbe dovuto essere alla base del percorso
cinematografico.
Infatti, accanto alla presenza di musica cosiddetta "di scena"
(cioè interna alla azione oggettiva dei personaggi, ad es.
l'ascolto di dischi di arie d'opera da parte del maggiore
Dailermann) sono presenti interpretazioni delle stesse arie
(suonate però dall'orchestra dei deportati) che sono state
riorchestrate e riscritte inserendo nell'organico strumenti più
propriamente reperibili in un ipotetico campo di sterminio (es.
chitarra, fisarmonica) e modificate inserendo una timbrica un
poco più 'tetra' (ho fatto riferimento a opere coeve, come "La
Valse" di Ravel) che lentamente si inserisce all'interno
dell'orchestrazione originale per sottolineare ciò che nel
fotografico era la soggettiva emozionale dell'azione
cinematografica (ritmicamente coesa anche attraverso il
montaggio), musica questa che definirei "in scena" .
Un altro ulteriore livello di intervento è quello più
propriamente "di commento", che esteriorizzi e sottolinei l'arco
formale dell'opera cinematografica.
Fino da subito è stato chiaro che la coesistenza di materiali
musicali così diversi tra loro poteva generare una
frammentazione anzichè un'unità narrativa.
Il problema è stato risolto attraverso l'introduzione di un
ulteriore nucleo di materiale musicale completamente disgiunto
dagli altri, ma la cui riconoscibiltà immediata (basata su di un
piede ritmico ostinatamente ripetuto e sull'uso della voce
femminile) poteva in sé contenere e generare tutti gli altri: la
musica ebraica di tradizione sefardita.
Dunque si è pensato di comporre ex novo un brano originale ma
verosimilmente tradizionale (Sephar) che potesse contenere il
materiale armonico e melodico che via via scaturisse e
compenetrasse sia la musica "di scena" (con cui condivide i
passaggi armonici modali e/o l'uso degli archi in pizzicato),
della musica "in scena" (con cui condivide l'ostinato della
chitarra e fisarmonica, la risoluzione degli accordi diminuiti)
e della musica "di commento" (che, essendo vincolata alla
struttura narrativa fa uso di organici strumentali più liberi ma
segue un itinerario "di ricucitura" vincolata però alle sequenze
di montato cui è sovrapposta sinergicamente).
Fondamentalmente però è la forma dei singoli brani ad essere
analoga e basata sulla ripetizione variata tipica della musica
etnica (che nei momenti più "colti" del film è stata fatta
sfociare in un "tema con variazioni").
D'intesa con il direttore della fotografia e la scenografa e
-ovviamente dei registi- alcune sequenze d'importanza fondativa
contengono variazioni cromatiche e spaziali (le luci virano al
rosso a significare l'irruzione dell'arte, gli ambienti si
restringono a significare l'avanzante oppressione, i costumi
sbiadiscono..):
tutte queste caratteristiche hanno tracciato e guidato il
percorso narrativo del film, e la musica lo ha consolidato
(anche per contrapposizione).
A tutto ciò si aggiunga che la connotazione storico-geografica
dell'azione cinematografica implicava che i singoli personaggi
avessero un vissuto "musicale" ben preciso (Franziszka ascolta
canzonette, August arie d'opera e Miklos la musica classica in
generale) e dunque alcuni cambiamenti che l'esperienza del lager
induce vengono sottolineati dall'accostamento di materiali
musicali consoni (es.quando August asserisce la propria
sudditanza al dovere, la trama orchestrale iniziata ricalcando
con i corni la marcia funebre di Hindemith, vira verso una linea
melodica del clarinetto di fattezze tardo romantiche e conclude
con la cadenza finale della Salome di Strauss).
Tutto questo è stato alla base della realizzazione delle
partiture, ma grande merito va riconosciuto ai musicisti che
hanno saputo ben interpretare il ruolo che questa volta in
particolare richiedeva: la consapevolezza della insostanzialità
del proprio lavoro accanto alla convinzione della sua necessità.
Ringrazio i registi per avere permesso di misurarmi con un
approccio musicale in cui mettere in relazione le singole parti
mantenendone la funzionalità immediata fosse un impegno
realmente con-positivo.
A cura di
Marco Masia
Si ringrazia
Vincenzo Burragato |