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Dimenticatevi
la Madonna arrabbiata di “American life”. Miss Ciccone ha cambiato
pelle ancora una volta. Questa volta non si può proprio dire che si sia
“reinventata”, perché la pelle che ha scelto di indossare è un
vestito per così dire antico, tenuto nell’armadio per molto tempo,
tirato fuori, rispolverato e rimesso a nuovo con qualche ritocco che lo
rendesse di nuovo attuale e alla moda.
Il “vecchio vestito” è tra quelli che ha permesso a Madonna di
diventare una stella: è quello della dance. Oddio, non è che l’abbia
mai veramente messo in naftalina: Madonna ha sempre fatto ballare,
comunque, a qualunque musica si dedicasse. Ma mai come con
“Confessions on a dancefloor” ha deciso di ritornare alla sue
origini: la “disco”.
Fin dal titolo, fin dalla grafica di copertina, con il suo nome scritto
in stile Studio 54 e con la “o” disegnata come una mirror ball, fin
dal campione su cui si basa il primo singolo e brano di apertura (“Gimme!
Gimme! Gimme!” degli Abba): il mondo di riferimento di questo album è
chiaro: la discomusic degli anni ‘70-’80, frequentata ad inizi di
carriera (ricordate “Holiday”?), messa da parte il pop o per suoni
elettronici ritenuti più “cool”. Ma oggi il revival è di moda più
che mai, ed ecco Madonna mettersi in mano al DJ londinese Stuart Price
(conosciuto anche come Les Rhymes Digital) e aggiornare un suono e un
mondo.
Ciò che colpisce di “Confessions on a dance floor” è proprio il
suono. Non aspettatevi un revival: troppo semplice. Aspettatevi invece
un pugno nello stomaco a base di bassi pulsanti, tastiere, voci filtrate
in cui riferimenti come Donna Summer (“Future lovers”, brano
prodotto da Mirwais, uno dei pochi “esterni” al duo Stuart
Prince-Madonna ammessi nel disco; tra gli altri spicca il cognato Joe
Henry) o il vocoder (quell’aggeggio che rende la voce metallica, già
rispolverato qualche anno fa da Cher) di “Forbidden Lovers” e “How
high” vengono riscritti ad uso e consumo sia dei nostalgici, sia di
chi non li ha mai sentiti nominare.
Se il suono di “Confessions on a dancefloor” è impressionante per
compattezza e capacità di essere contemporaneamente retrò e attuale,
la parte sacrificata è la voce di Madonna. Come nella tradizione dance,
le parole più che veri e propri testi sono dei mantra ripetuti
ossessivamente, spesso un po’ schiacciati dai bassi e dalla ritmica.
Le eccezioni a questa regola sono poche: va menzionato l’inizio di
“Let it will be” per voce e archi, prima che entrino basso e
tastiere, o lo “spoken word” iniziale di “Isaac” (recitato da
Yitzhak Sinwani); non cambia comunque l’idea di fondo del disco: usare
la voce come elemento ipnotico, più che come strumento per dire
qualcosa.
Ed anche in questo che “Confessions on a dancefloor” si distingue
dal suo predecessore: “American life” era sicuramente il disco più
politico di Madonna, questo è il disco più “scanzonato”, nel senso
che non c’è una grande attenzione alla forma canzone come insieme di
parole, musica e interpretazione. Lo conferma anche il fatto che le 12
tracce del CD sono mixate senza soluzione di continuità, senza stacchi,
come se non si trattasse di 12 canzoni ma di un’ora di musica mixata
appunto su un “Dancefloor”.
Come al solito, “Confessions on a dancefloor” dividerà tutti:
qualcuno lo troverà vecchio o ruffiano, magari sintomo di una mancanza
di creatività che ha spinto Madonna a guardare indietro piuttosto che
avanti; qualcun altro troverà geniale il modo in cui, ancora una volta,
Madonna ha saputo fare proprio un genere musicale, scegliendosi i
migliori collaboratori sulla piazza per tirarne fuori un suono unico.
Come al solito Madonna farà discutere, e questa volta per motivi molto
diversi da quelli di “American life”. Forse è proprio questo il
motivo della grandezza di quest’artista – un motivo che
“Confessions on a dancefloor” conferma in pieno: la capacità di
creare e/o interpretare delle tendenze culturali, che non riguardano
solo la musica.
(Gianni Sibilla)
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TRACKLIST |
”Hung
up”
”Get together”
”Sorry”
”Future lovers”
”I love New York”
”Let it will be”
”Forbidden love”
”Jump”
”How high”
”Isaac”
”Push”
”Like it or not” |
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