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Interviste

MARCO GISMONDI
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"L'ECLISSI"


Di Marco Gismondi si sanno poche cose, sufficienti a far immaginare che abbia avuto – finora – una vita interessante. E’ cresciuto all’estero, e lì ha scoperto e stretto il suo rapporto con la musica. Poi, una volta tornato in Italia, ha iniziato a scrivere canzoni e a registrarle soltanto per sé, facendo lavori di ogni tipo per mantenersi. Ha lavorato in una libreria, prodotto gruppi emergenti di hip hop, fatto il dj per sfilate di moda e altre cose che non ti aspetteresti come far comperare e vendere fabbriche dismesse. Nel frattempo ha trovato una cantina molto spaziosa nel seminterrato di un palazzo, l’ha riempita di strumenti – a partire dalla batteria, il suo prediletto – ne ha insonorizzata una parte e ha iniziato a scrivere e registrare provini per un suo disco. Il tutto, rigorosamente, da solo.

Incontrarlo è illuminante, anche se non serve ad avere completamente chiaro il quadro: c’è sempre come qualcosa che sfugge e rimane dietro lo sguardo di questo ragazzo che ha lineamenti quasi “pellerossa” e un sorriso disarmante. Gismondi è furbo nel provocare e intelligente nel tirarsi indietro al momento giusto della provocazione, nel costruire paradossi e smontarli da solo. Sembra uno cresciuto in fretta, e al tempo stesso uno che non è mai cresciuto davvero. Dice che la musica è entrata sul serio nella sua vita quando - poco più che bambino - ha visto suonare i Clash: “Fino a quel momento avevo ascoltato musica, mia madre mi portava a teatro a vedere concerti, avevo anche i miei primi dischi. Ma con i Clash cambiò tutto. Andai a vedere il concerto con i miei compagni di scuola, e finì che dopo il concerto salii sul palco e portai via con me la chitarra di Joe Strummer. Il service mi recuperò per strada, nel centro di Bruxelles. Gironzolavo tranquillo – un bambino – con quella Telecaster nera in mano. Chitarra o non chitarra, da quel giorno la musica divenne qualcosa di serio, per me: in quell'energia rabbiosa potevo ritrovarmi e riconoscermi. Era un modo più intelligente di esprimere uno spirito di rivolta che a quell'età spesso si esaurisce soltanto in azioni dimostrative nei confronti di genitori e professori. Da lì in poi avrei iniziato a credere che la vera missione del rock fosse quella di cambiare il mondo. C'è voluto qualche anno per uscire da quella gabbia mentale e ricordarmi che in fondo potevo anche essere “soltanto” un musicista”.

Il punk, il rock: questi i suoi grandi amori. Dai Clash, dai Sex Pistols fino al rock dei Muse e dei Soulwax, senza tralasciare l’intimismo senza difese dei Coldplay: il viatico musicale di Marco Gismondi è quanto mai composito e completo. Fin troppo impegnativo, forse: “Per un lungo periodo avere quel tipo di modelli in mente, pensare di dover scrivere qualcosa di “rivoluzionario”, di sociale, a tutti i costi, mi ha paralizzato”, dice Gismondi sorseggiando una birra. “Poi ho capito che scrivere storie personali mi permetteva di rischiare tirandomi fuori da quel confronto che esisteva solo nella mia testa. Così ho iniziato a scrivere per il piacere di farlo, a non vergognarmi più e a far ascoltare le mie canzoni agli altri”. Sono canzoni rock, quelle di Marco Gismondi, cantate in italiano ma poco imparentate con il mondo della musica di casa nostra: “Ho pochissimi riferimenti in Italia. Nulla che mi abbia formato, comunque. Spesso ascolto Tenco oppure canzoni sparse come “ragazzo di strada” dei Corvi, perchè mi richiamano qualcosa di scuro e lontano".

La riprova di quanto sia internazionale il suo linguaggio musicale viene da quello che si annuncia come il suo primo singolo (in attesa di un album in fase di realizzazione): “L’eclissi” è la storia di un’ossessione, raccontata, anche musicalmente, con una struttura e una dinamica assolutamente rock. L’arpeggio di chitarra iniziale lascia subito spazio a quattro misure di furiosa chitarra elettrica che fungono da “cornice” per l’ambientazione della canzone: è come un precipitare in caduta libera verso il basso, fino a toccare il fondo. E’ da lì che la prospettiva del brano, del testo, si compie. Suoni, arrangiamenti, partiture, tutto è farina del sacco di Marco Gismondi, instancabile nel pretendere da se stesso e dagli altri (musicisti, co-produttori, addetti ai lavori) il risultato che suona perfettamente nitido nella sua mente. La grande maturità espressiva di un brano come “L’eclissi” sembra dargli ragione, così come i tre- quattro brani in lavorazione origliati nel suo studio casalingo. Ora, accanto a un video autoprodotto (e diretto da Francesco Fei, uno dei migliori registi italiani, da poco nelle sale con il suo film d’esordio “Onde”) e a un contratto come autore di canzoni, a Marco Gismondi manca solo un contratto discografico vero e proprio: “Ho scelto di fare un altro percorso: scrivere, registrare, proporre, e non il contrario. Arriverò ad avere un disco pronto, e poi si vedrà”. Le chiacchiere – e la birra - sono finite: Gismondi torna alle sue canzoni, alle sue chitarre e alla sua batteria. Nel silenzio pomeridiano del condominio che - inconsapevole - lo ospita, è bello immaginare che qualcuno – lui - stia forgiando le sue nuove canzoni e il suo futuro dietro le pareti di una stanza insonorizzata.

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Intervista di Rita Nurra
Impaginazione di Marco Masia

Si ringrazia Manuela Quercioli

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