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Intervista a cura di Marco Masia
si ringrazia Elena Tosi della Parole & Dintorni
- Nella tua frase “ho coltivato nel mio spirito un giardino di rose;
l’ho coltivato dentro una scorza dura. Fuori ho messo un cartello
per vietare l’ingresso ai cattivi: NO CONCEPT” stampata nel libretto
del cd parli di “cattivi” a quali persone ti riferisci?
G.A. I cattivi sono quelli che ti frenano; ma non lo
fanno in modo plateale...ci parli un secondo e ti senti una
inspiegabile ansia. Senza che te ne accorgi ti hanno messo addosso
un "pesetto". Quando fai qualcosa di creativo, non devi permettere a
NESSUNO di spostarti di un millimetro e di sindacare su ciò
che fai o sogni, perchè tu stai mettendo in gioco tutto te stesso. I
cattivi sono quelli che col sorriso e subdolamente ti investono
delle loro paure ed insicurezze. Sono quelli che non sognano più
e per questo hanno paura di te, che sogni e pensi.
Li ho trovati nelle Accademie, nelle sale dei bottoni del mondo pop,
nelle segreterie. Sono quelli che dicono che le cose non si possono
fare, che per entrare in quella porta ci vuole il permesso, che non
è semplice...Ho imparato a riconoscerli, e a difendermi.
***
- No concept è stato
scritto l’estate scorsa durante la tua residenza ad Harlem (New
York), perché questo desiderio di emigrare verso un luogo così
diverso dall’Italia, quando poi dichiari che lo stesso album sia
italiano?
G.A. New York, dopo la Parigi dell'800, è diventata un
faro per gli artisti, il ripetitore culturale del mondo.
E' una strana città: tutto sembra difficile. Ma se hai qualcosa da
dire, di intenso e di profondo, ti spalanca le porte. Quando sono
all'estero, la mia italianità si esprime in modo dirompente, forse
per una inconscia necessità di manifestare le mie origini.
***
- Nel materiale che ho
ricevuto dal tuo Ufficio Stampa racconti di un America dove si
vivono in modo entusiasmante e vero anche le più piccole
manifestazioni artistiche; rappresentazioni che si improvvisano per
le strade, musei d’arte contemporanea stracolmi di giovani insomma
una situazione assolutamente interessante ed invitante. Per quale
motivo credi che ciò non avvenga nel nostro paese? Credi che
gli italiani siano culturalmente più chiusi o cos’altro?
G.A. In Italia c'è paura. La cultura sembra ferma.
Lo vedi anche dalla tv: si sta tutti ripiegati su un passato
rassicurante. Tornano alla ribalta vecchi conduttori,
proliferano le ricette di cucina, ed i format si ripetono inalterati
da una decina d'anni. C'è paura per il nuovo.
New York ha continuamente fame, sete di nuovo! Perchè è diverso il
contesto. Ho paura che pagheremo questi anni di immobilità
culturale. I giovani, vittime principali, sviluppano una sottile
frustrazione: sono gli altri a fare le cose, io non partecipo, io
non posso. E appena raggiunta una piccola parvenza di sicurezza,
fine.
New York è una città in preda a giovani sognatori cosmopoliti, che
di altri sognatori si alimentano.
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- Da quanto ho
scoperto, affianchi la tua carriera artistica a quella di insegnante
in una scuola media di Corbetta, che approccio hanno i giovanissimi
alla musica classica ed alla musica in generale?
G.A. Tengo a precisare che sono un supplente precario,
uno "yogurt" con la scadenza (come si dice nei corridoi).
I giovanissimi non hanno nessun approccio alla musica
classica, e della musica in generale conoscono una briciola di
un'unghia. Vi parlo di Antonio, un mio alunno. Non c'è stato verso
di farlo stare attento. Un casino! Brillantissimo, ascolta solo la
dance masterizzata. Un giorno mi dice "prof, mi sono iscritto alla
banda, suono il clarinetto!".
Sono bastate poche settimane, quattro note sullo strumento
(che ha portato in classe, ed i compagni sono rimasti a bocca aperta
ad ascoltare do, re, mi, fa, sol) ed ora è lì, che se ne va in
estasi davanti al Concerto di Mozart per Clarinetto in la. Ecco!
Qui c'è il succo di tutto. Dai ad un ragazzo la possibilità di
avvicinarsi ad uno strumento musicale: la sua percezione della
musica cambia totalmente. E poi...il cd di Mozart...se l'è
comprato.
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- Poco più di un anno
fa ti sei esibito presso la Sala Verdi del Conservatorio Giuseppe
Verdi di Milano per sostenere la causa dell’associazione “Aiutare i
bambini” com’è andata quella serata?
G.A. Abbiamo rotto tutti gli schemi: avevo i pantaloni
di pelle rossi, come una rock star, nel luogo sacro della musica
classica; la sala era piena di giovani, gli applausi si
trasformavano spesso in tifo da stadio. Io parlavo col pubblico.
E' stato meraviglioso!
***
- Diplomato in
pianoforte con il massimo dei voti sei inoltre laureato in filosofia
con la tesi “il vuoto nella Fisica Contemporanea”.. che importanza
ha per te il “vuoto” ed il silenzio sia nella vita che nella musica?
G.A. Ho sempre avuto paura del vuoto: il mio sogno
ricorrente è quello di cadere nel vuoto...pare sia comune tra le
persone che cercano sempre la perfezione. Grazie alla filosofia e
alla fisica contemporanea ho imparato a conoscerlo, ad apprezzarne
l'intima vitalità misteriosa. Inoltre il suo silenzio cosmico, dove
i raggi di luce si piegano al peso delle stelle, mi aiuta a
relativizzare le vicende umane che mi coinvolgono. Così ho
iniziato ad inserirlo nella mia musica: al silenzio, al vuoto
ricco di riverberi colorati, è dedicato l'ultimo brano del cd,
Breath (a meditation).
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- Al giorno d’oggi, un
giovane artista riesce a proporsi e proporre la propria musica le
proprie idee senza essere frenato dall’imponenza dei grandi artisti
del passato?
G.A. Il "cattivo" ti direbbe che ogni suo misero tentativo è
destinato a fallire. In realtà quando la mattina spunta il sole,
inizia un giorno che nella Storia non ha ancora vissuto nessuno.
Ogni giorno possiamo dire qualcosa di nuovo e significativo, perchè
ogni giorno è nuovo. Allora i grandi del passato diventano una voce
valorosa che noi artisti abbiamo il dovere di rinnovare ed
attualizzare.
Solo se continueremo la loro opera, la nostra arte scavalcherà il
presente.
E' questo che rimprovero al pop, di non conoscere il
passato e quindi di arrotolarsi su un presente senza futuro.
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- Il tuo rapporto con
il pianoforte è particolarmente intimo, componendo i brani immagini
un possibile ascoltatore ed esaudisci le esigenze di questo o cerchi
di tenerlo in considerazione il meno possibile, per essere
assolutamente naturale?
G.A. Quando scrivo una musica, penso solo alle sue
esigenze interne. La musica ha una sua logica che devo cogliere,
assecondare e proteggere da ogni interferenza e finalità extra
musicale. Ed il rapporto tra me ed il suono del pianoforte è
talmente misterioso e profondo che non riesco proprio a
pensare anche alle esigenze dell'ascoltatore.
Ma se sono sincero ed onesto con me stesso, se avrò vissuto nel
mondo, fuori dalle accademie e le torri d'avorio, scriverò una
musica così umana che chiunque possa riconoscervi. E'
nell'ascoltatore che si realizza l'opera d'arte, è la fantasia di
chi ascolta che dipinge il quadro finale, nella mia musica.
***
- L’estate 2005 sarà
ricca di impegni, puoi anticiparcene qualcuno?
G.A. A giugno presento il cd No Concept in Asia con i
concerti di Hong Kong il 12 e Shanga il 14.
Poi torno a suonare in italia: il 23 giugno presento No
Concept alla Feltrinelli di Milano e il 27 in quella di
Roma. Il 5 luglio sono in concerto al Blue Note di
Milano, e il 13 sul Colle dell'Infinito a Recanati, dove
riceverò il premio Recanati Forever per la musica
strumentale.
In autunno ci sarà la pubblicazione in USA e Giappone
e quindi tornerò al Blue Note di New York.
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- Hai un sogno nel
cassetto che vorresti poter tirare fuori e vederlo esaudito?
G.A. Sogno che tutti i poeti e visionari possano far sentire
la propria voce: sono quelli che stanno da parte, che non si
omologano alle mode e ai pensieri dominanti, che spesso intuiscono
verità rivoluzionarie.
Ciao e grazie!
Giovanni Allevi
Sito di riferimento:
www.giovanniallevi.it
Intervista a cura
di
Marco Masia |