Giovanni Allevi giovane pianista marchigiano, dopo il successo riscosso al Blue Note di New York si prepara ad emigrare in Cina per due concerti ad Hong Kong e Shangai. Nel frattempo ci delizia pubblicando il suo nuovo album NO CONCEPT

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Intervista a cura di Marco Masia
si ringrazia Elena Tosi della Parole & Dintorni

- Nella tua frase “ho coltivato nel mio spirito un giardino di rose; l’ho coltivato dentro una scorza dura. Fuori ho messo un cartello per vietare l’ingresso ai cattivi: NO CONCEPT” stampata nel libretto del cd parli di “cattivi” a quali persone ti riferisci?

G.A. I cattivi sono quelli che ti frenano; ma non lo fanno in modo plateale...ci parli un secondo e ti senti una inspiegabile ansia. Senza che te ne accorgi ti hanno messo addosso un "pesetto". Quando fai qualcosa di creativo, non devi permettere a NESSUNO di spostarti di un millimetro e di sindacare su ciò che fai o sogni, perchè tu stai mettendo in gioco tutto te stesso. I cattivi sono quelli che col sorriso e subdolamente ti investono delle loro paure ed insicurezze. Sono quelli che non sognano più e per questo hanno paura di te, che sogni e pensi.
Li ho trovati nelle Accademie, nelle sale dei bottoni del mondo pop, nelle segreterie. Sono quelli che dicono che le cose non si possono fare, che per entrare in quella porta ci vuole il permesso, che non è semplice...Ho imparato a riconoscerli, e a difendermi.

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- No concept è stato scritto l’estate scorsa durante la tua residenza ad Harlem (New York), perché questo desiderio di emigrare verso un luogo così diverso dall’Italia, quando poi dichiari che lo stesso album sia italiano?

G.A. New York, dopo la Parigi dell'800, è diventata un faro per gli artisti, il ripetitore culturale del mondo.
E' una strana città: tutto sembra difficile. Ma se hai qualcosa da dire, di intenso e di profondo, ti spalanca le porte. Quando sono all'estero, la mia italianità si esprime in modo dirompente, forse per una inconscia necessità di manifestare le mie origini.

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- Nel materiale che ho ricevuto dal tuo Ufficio Stampa racconti di un America dove si vivono in modo entusiasmante e vero anche le più piccole manifestazioni artistiche; rappresentazioni che si improvvisano per le strade, musei d’arte contemporanea stracolmi di giovani insomma una situazione assolutamente interessante ed invitante. Per quale motivo credi che ciò non avvenga nel nostro paese? Credi che gli italiani siano culturalmente più chiusi o cos’altro?

G.A. In Italia c'è paura. La cultura sembra ferma. Lo vedi anche dalla tv: si sta tutti ripiegati su un passato rassicurante. Tornano alla ribalta vecchi conduttori, proliferano le ricette di cucina, ed i format si ripetono inalterati da una decina d'anni. C'è paura per il nuovo.
New York ha continuamente fame, sete di nuovo! Perchè è diverso il contesto. Ho paura che pagheremo questi anni di immobilità culturale. I giovani, vittime principali, sviluppano una sottile frustrazione: sono gli altri a fare le cose, io non partecipo, io non posso. E appena raggiunta una piccola parvenza di sicurezza, fine.
New York è una città in preda a giovani sognatori cosmopoliti, che di altri sognatori si alimentano.

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- Da quanto ho scoperto, affianchi la tua carriera artistica a quella di insegnante in una scuola media di Corbetta, che approccio hanno i giovanissimi alla musica classica ed alla musica in generale?

G.A. Tengo a precisare che sono un supplente precario, uno "yogurt" con la scadenza (come si dice nei corridoi).
I giovanissimi non hanno nessun approccio alla musica classica, e della musica in generale conoscono una briciola di un'unghia. Vi parlo di Antonio, un mio alunno. Non c'è stato verso di farlo stare attento. Un casino! Brillantissimo, ascolta solo la dance masterizzata. Un giorno mi dice "prof, mi sono iscritto alla banda, suono il clarinetto!".
Sono bastate poche settimane, quattro note sullo strumento (che ha portato in classe, ed i compagni sono rimasti a bocca aperta ad ascoltare do, re, mi, fa, sol) ed ora è lì, che se ne va in estasi davanti al Concerto di Mozart per Clarinetto in la. Ecco! Qui c'è il succo di tutto. Dai ad un ragazzo la possibilità di avvicinarsi ad uno strumento musicale: la sua percezione della musica cambia totalmente. E poi...il cd di Mozart...se l'è comprato.

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- Poco più di un anno fa ti sei esibito presso la Sala Verdi del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano per sostenere la causa dell’associazione “Aiutare i bambini” com’è andata quella serata?

G.A. Abbiamo rotto tutti gli schemi: avevo i pantaloni di pelle rossi, come una rock star, nel luogo sacro della musica classica; la sala era piena di giovani, gli applausi si trasformavano spesso in tifo da stadio. Io parlavo col pubblico. E' stato meraviglioso!

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- Diplomato in pianoforte con il massimo dei voti sei inoltre laureato in filosofia con la tesi “il vuoto nella Fisica Contemporanea”.. che importanza ha per te il “vuoto” ed il silenzio sia nella vita che nella musica?

G.A. Ho sempre avuto paura del vuoto: il mio sogno ricorrente è quello di cadere nel vuoto...pare sia comune tra le persone che cercano sempre la perfezione. Grazie alla filosofia e alla fisica contemporanea ho imparato a conoscerlo, ad apprezzarne l'intima vitalità misteriosa. Inoltre il suo silenzio cosmico, dove i raggi di luce si piegano al peso delle stelle, mi aiuta a relativizzare le vicende umane che mi coinvolgono. Così ho iniziato ad inserirlo nella mia musica: al silenzio, al vuoto ricco di riverberi colorati, è dedicato l'ultimo brano del cd, Breath (a meditation).

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- Al giorno d’oggi, un giovane artista riesce a proporsi e proporre la propria musica le proprie idee senza essere frenato dall’imponenza dei grandi artisti del passato?

G.A. Il "cattivo" ti direbbe che ogni suo misero tentativo è destinato a fallire. In realtà quando la mattina spunta il sole, inizia un giorno che nella Storia non ha ancora vissuto nessuno. Ogni giorno possiamo dire qualcosa di nuovo e significativo, perchè ogni giorno è nuovo. Allora i grandi del passato diventano una voce valorosa che noi artisti abbiamo il dovere di rinnovare ed attualizzare.
Solo se continueremo la loro opera, la nostra arte scavalcherà il presente.
E' questo che rimprovero al pop, di non conoscere il passato e quindi di arrotolarsi su un presente senza futuro.

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- Il tuo rapporto con il pianoforte è particolarmente intimo, componendo i brani immagini un possibile ascoltatore ed esaudisci le esigenze di questo o cerchi di tenerlo in considerazione il meno possibile, per essere assolutamente naturale?

G.A. Quando scrivo una musica, penso solo alle sue esigenze interne. La musica ha una sua logica che devo cogliere, assecondare e proteggere da ogni interferenza e finalità extra musicale. Ed il rapporto tra me ed il suono del pianoforte è talmente misterioso e profondo che non riesco proprio a pensare anche alle esigenze dell'ascoltatore.
Ma se sono sincero ed onesto con me stesso, se avrò vissuto nel mondo, fuori dalle accademie e le torri d'avorio, scriverò una musica così umana che chiunque possa riconoscervi. E' nell'ascoltatore che si realizza l'opera d'arte, è la fantasia di chi ascolta che dipinge il quadro finale, nella mia musica.

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- L’estate 2005 sarà ricca di impegni, puoi anticiparcene qualcuno?

G.A. A giugno presento il cd No Concept in Asia con i concerti di Hong Kong il 12 e Shanga il 14.
Poi torno a suonare in italia: il 23 giugno presento No Concept alla Feltrinelli di Milano e il 27 in quella di Roma. Il 5 luglio sono in concerto al Blue Note di Milano, e il 13 sul Colle dell'Infinito a Recanati, dove riceverò il premio Recanati Forever per la musica strumentale.
In autunno ci sarà la pubblicazione in USA e Giappone e quindi tornerò al Blue Note di New York.

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- Hai un sogno nel cassetto che vorresti poter tirare fuori e vederlo esaudito?

G.A. Sogno che tutti i poeti e visionari possano far sentire la propria voce: sono quelli che stanno da parte, che non si omologano alle mode e ai pensieri dominanti, che spesso intuiscono verità rivoluzionarie.

Ciao e grazie!
Giovanni Allevi

Sito di riferimento:

www.giovanniallevi.it

Intervista a cura di Marco Masia